Viaggio nelle terre colpite da sisma

Quando intorno alla mezzanotte siamo arrivati a Colle Verrico, nel Comune di Montereale, uno dei paesi che hanno riportato meno danni dopo il terremoto del 24 agosto 2016, non ci siamo subito resi conto della situazione. Era buio e intorno a noi non si vedeva praticamente niente. La mattina del giorno dopo, il paesaggio si presentava dalla finestra dell’agriturismo “La casa rosa” in modo unico. Un’aria fresca, pulita, con il sole che riscaldava la pelle. Le montagne, con la cima ricoperta di neve, parevano un tutt’uno con le nuvole sovrastanti. Il confine tra loro era praticamente impercettibile, non si riusciva a capire dove finisse una e cominciasse l’altra. Sottile. Proprio come sottile è il confine tra la situazione reale e quella raccontata dai media nazionali. Soltanto una mezz’ora dopo infatti ci appariva tutto in modo molto diverso. Il nostro lavoro, durato circa tre giorni, ha avuto come principale obbiettivo quello di riportare ciò che abbiamo visto senza filtri. Raccontando la realtà attraverso i pensieri e le sensazioni di chi ha vissuto il dramma del sisma in prima persona. Non cercando di trarre conclusioni o proporre soluzioni, ma con lo scopo di far riflettere e capire che nelle zone terremotate l’allerta è ancora massima e il bisogno di aiuto è grande.

Nei tre giorni che abbiamo trascorso nelle zone colpite dal sisma abbiamo visto con i nostri occhi paesi completamente cancellati e disabitati. Abbiamo incontrato persone che hanno perso tutto o quasi, ma che hanno comunque deciso di rimanere vicino alla loro terra. Abbiamo purtroppo visto che in sette mesi pochissime macerie sono state portate via, impedendo l’inizio di qualsiasi processo di ricostruzione.

Gran parte dell’attività commerciale delle zone fra Amatrice e Norcia si basa tutt’ora sull’allevamento e sulla produzione di latticini ed altri prodotti tipici: questa è una delle ragioni per cui molti possessori di aziende agricole sono rimasti. Tante stalle sono state gravemente danneggiate o rese inagibili. Tra i bisogni primari, oltre al sostegno agli abitanti, c’era quindi la messa a disposizione di strutture sostitutive - provvisorie, in grado di contenere animali e macchinari agricoli. La Regione Lazio ha per questo eretto diversi capannoni con strutture in ferro, risultate però in gran parte inutilizzabili per errori di progettazione e così inutili per gli allevatori che hanno dovuto adattarsi a spese proprie.

La prima persona che abbiamo incontrato è Umberto di Rocca Passa, un uomo che il 24 agosto ha perso il figlio tredicenne ed entrambi i genitori. Adesso vive con la moglie e la figlia in una roulotte e un container. «Per il momento ci è impossibile solo pensare di ricominciare a lavorare - racconta –. La perdita di un figlio è difficile da accettare e ancora non siamo pronti per progettare il nostro futuro. In sette mesi la situazione è rimasta invariata. Ho fatto richiesta di un container per mia figlia, ma ancora non ho avuto notizie a riguardo.

Avevo domandato allora il permesso di costruire una casetta in legno nel mio pezzo di terra, ma mi è stato negato. Avrei pagato tutto di tasca mia, tasse e quant’altro, ma mi è stato impedito. Non avendo altra scelta, ho cominciato a costruirla lo stesso, rischiando di essere multato per edilizia abusiva. È incredibile come in un momento di emergenza del genere anche la minima richiesta per cercare di voltare pagina venga negata. Non abbiamo una casa. Non c’è nessuno che ci aiuti a ottenerla. Non posso neanche costruirla da solo. Purtroppo per sopravvivere sono obbligato ad andare contro lo Stato». Ma le problematiche purtroppo riguardano anche le nuove stalle date in dotazione dalla Regione Lazio. «L’unica cosa che è stata fatta per noi è risultata inutile. Questi capannoni che ci hanno fornito non rispettano i requisiti di una stalla adeguata. Di norma la pendenza del pavimento dovrebbe rispecchiare quella del terreno perché il materiale possa defluire verso l’esterno e non stagnare all’interno. Ecco, la pendenza della mia è risultata al contrario. Potete immaginare le problematiche che verranno a crearsi. Inoltre le mangiatoie sono troppo strette, gli spazi sono stati concepiti in modo errato e non è presente alcuna presa d’aria, quando c’è il sole qua non si respira. Apprezziamo che qualcuno si sia attivato, ma effettivamente in questo stato non sono assolutamente utilizzabili».

Dopo la prima mattina passata tra pensieri e tristezza nel realizzare la situazione reale vissuta da queste persone, delle quali i media ormai si sono quasi dimenticati di parlare, siamo stati ospitati a pranzo da una splendida famiglia ad Amatrice. O meglio, nei loro container appena fuori dal paese, di cui non rimane niente se non macerie ammassate. Qui le famiglie si ritrovano quotidianamente per pranzare insieme, e siamo rimasti stupiti del calore con cui ci hanno accolto. Abbiamo mangiato in quindici in un container di 40 mq. È stata una vera lezione di vita: persone con poco che ti mettono a disposizione tutto. Ma tra le righe è semplice notare un malessere interiore, un’incapacità di accettare la cruda realtà. Gli effetti psicologici derivanti dal sisma sono devastanti e se nessun organo competente si attiva per dare una mano in modo davvero efficace a chi è in difficoltà sarà difficile per queste persone ripartire da zero.

Nel pomeriggio abbiamo incontrato un gruppo di ragazzi di più o meno vent’anni. Ognuno con la sua storia, ognuno con il suo punto di vista, ma con in comune la scelta di restare vicino al proprio paese e alla famiglia. Siamo stati al “Bar Amatrice 2.0”, frequentato di giorno da forze dell’ordine e operai, la sera punto di ritrovo per i pochi giovani rimasti. Davanti a una birra abbiamo cominciato a parlare, cercando di recepire più informazioni possibile, senza risultare invadenti o pesanti; fortunatamente davanti a noi abbiamo trovato ragazzi e ragazze in gamba, disponibili e bisognosi di raccontare le loro esperienze.

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